Gli Stati Uniti sono un mercato (in)sostituibile per il food & beverage italiano?

Gli Stati Uniti sono un mercato (in)sostituibile per il food & beverage italiano?

Nonostante gli USA restino un mercato importante per il food & beverage italiano, ci sarà un rallentamento della crescita dell’export in quel mercato nel 2026.  È quanto emerge dalla IX edizione del Forum Agrifood Monitor, realizzato da Nomisma che si è tenuto oggi. Le ragioni: svalutazione del dollaro negli ultimi mesi e la crescente incertezza legata ai dazi — due fattori che rendono il mercato statunitense meno “tranquillo” di quanto potesse apparire fino a poco tempo fa.

Gli USA sono un mercato enorme per il Made in Italy: consumatori appassionati, comunità italiane attive, ristoranti tricolore ovunque. I dati parlano chiaro:

  • PIL pro capite 2025: USA 89.600 $ vs Italia 63.130 $
  • Consumi alimentari pro capite: USA 4.521 $ vs Italia 3.542 $
  • Import agroalimentare USA (2024): 211 miliardi di euro

Gli Stati Uniti sono un mercato solido, disposto a spendere di più rispetto alla media europea per il cibo. Gli americani amano il Made in Italy, perché racconta una storia fatta di gusto, autenticità e tradizione. Per questa ragione alcuni prodotti stanno vivendo un boom senza precedenti.

Il caso più sorprendente?
👉 Il guanciale. Un prodotto di nicchia che è diventato fenomeno mondiale. E buona parte di questa crescita arriva proprio dagli Stati Uniti. Se prima era sconosciuto, oggi rappresenta l’ingrediente fondamentale per chiunque si accinga a mettere in tavola una vera carbonara. E non solo.

I dazi fanno male a tutti (anche a chi li mette)

L’onda lunga arriverà nel 2026. Nel corso del Forum si è più volte sottolineato che c’è un punto che spesso non si dice: i dazi non danneggiano solo l’Italia. Danneggiano anche chi li introduce.

  • Meno varietà sugli scaffali
  • Prezzi più alti
  • Margini compressi lungo tutta la filiera
  • Rallentamento economico

Una dinamica che, nel tempo, colpisce anche il consumatore americano.

Se i nostri produttori italiani sentono una certa preoccupazione per i margini, va considerato che anche nella filiera americana – importatore, distributore, retailer – tutti dovranno assorbire almeno una parte del costo. Ma sicuramente gli americani pagheranno di più per i nostri prodotti.

La situazione non sarà uniforme, ma sarà una vera “macchia di leopardo”.
Alcuni prodotti sono facilmente sostituibili. Altri, specialmente i prodotti con forte brand o ad alto valore di tipicità come Parmigiano Reggiano o guanciale, lo sono meno. A sostenere l’export italiano negli USA ci sono anche le comunità italiane all’estero e la grande rete di ristoranti italiani.

Possiamo davvero rinunciare agli Stati Uniti?

La risposta più onesta è: no, non facilmente.
L’export agrifood sta crescendo in Europa dell’Est, in Asia, in Medio Oriente… ma nessun mercato, oggi, combina dimensione, capacità di spesa e passione per il Made in Italy come gli USA.

Certo, gli Stati Uniti non sono insostituibili in assoluto. Ma sono molto difficili da sostituire proprio ora, secondo quanto presentato durante il Forum, mentre il settore vive una fase di forte dipendenza dall’export che sta puntando a superare per la prima volta quota 70 miliardi di euro entro fine 2025. Il trend degli ultimi anni è stato molto dinamico: negli ultimi cinque anni il comparto ha registrato un tasso di crescita complessivo superiore al 50%.

Per concludere

Dal confronto tra esperti e aziende emerso oggi al Forum, tre parole chiave per il futuro dell’agroalimentare italiano:

  • Diversificazione dei mercati: per ridurre la dipendenza da pochi Paesi e distribuire meglio i rischi. A fianco dei mercati tradizionali Germania, Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Spagna (che rappresentano circa il 50% dell’export totale), cresce l’attenzione per paesi meno “tradizionali”: Polonia, Romania, Repubblica Ceca, Canada, Messico, Brasile, Corea del Sud hanno mostrato aumenti significativi, facendo scattare un segnale: è fondamentale diversificare i mercati di sbocco per ridurre rischi geopolitici e di dipendenza.
  • Innovazione e qualità: puntare su prodotti distintivi — non commoditized — capaci di “resistere” anche in mercati volatili.
  • Sostenibilità e narrazione dell’origine: valorizzare l’identità Made in Italy, la tutela di territori e tradizioni, puntando su un agroalimentare più consapevole e trasparente.
Related Posts
Leave a Reply